Torino - Mercoledì, 4 marzo

A scuola, di tutti i colori

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Andiamo all’Istituto comprensivo Regio Parco, cinque scuole per un totale di più di 800 alunni, la maggior parte dei quali di origine straniera. Una scuola di tutti i colori che ha fatto delle differenze di provenienza, livello sociale, genere, storia scolastica, religione dei valori da trasmettere ai bambini e ai ragazzi.

L’eccellenza umana e professionale

Uno dei cartelloni appesi nel corridoio parla di Falcone e Borsellino. Un altro di Don Puglisi. Un terzo di un bambino “alieno”, ed è il modo per spiegare la dimensione di chi è affetto da autismo. Un quarto, coloratissimo, descrive un prato facendo la conta dei tanti che lo compongono: margherite e papaveri, coccinelle ed erba, api e formiche. Sono in tanti cioè a renderlo un prato. E sono tutti diversi. Sul fondo del corridoio c’è invece una grande Italia, anche quella colorata.

Se si dovesse riassumere lo spirito dell’Istituto comprensivo Regio parco di Torino, meta della nostra quinta tappa, ecco lì visualizzato, appeso alle pareti di uno dei corridoi delle cinque scuole che compongono la scuola: la diversità come valore, la diversità come necessaria (il prato), la diversità come altro mondo da scoprire. E insieme, l’impegno dei singoli e della collettività.
«La preside non se lo vuole sentire dire, minimizza, ma questa è veramente una scuola speciale, un modello. Un esempio da esportare in tutta Italia. Ed è frutto di chi ci lavora senza risparmiarsi, con una generosità che va molto al di là di quanto è chiesto dal contratto. Non solo: è il risultato di un rapporto organico con la città, le istituzioni».
Più di 20 etnie presenti in un quartiere fortemente popolato da immigrati e così la scuola, che è specchio del quartiere, arriva ad avere una presenza di alunni stranieri sopra il 60 per cento. «In alcune classi non c‘è neppure un bambino italiano» spiega il dirigente scolastico, Concetta Mascali che è l’anima dell’istituto forse perché ci mette la sua di anima. E lo si capisce dal rapporto che ha con molti alunni. Un rapporto di stimolo e cura, di attenzione e accoglienza, di rigidità e morbidezza. Un atteggiamento che il corpo insegnante condivide con lei, anche se alcune insegnanti vengono viste quasi con devozione dai ragazzi. Vittorio è uno di questi, occhi vispi, fisico asciutto ma scattante, un cappellino sempre in testa e una parlantina da conduttore tv; indica la sua insegnante di italiano e dice: «Dovrebbero farla santa, mi ha motivato tanto, se sono qui è merito suo. Per tre anni ho fatto fatica ad entrare a scuola. Adesso ho preso anche sei in inglese e in italiano vado bene». Alla scuola si è talmente legato che ci vorrebbe anche lavorare, da grande: «Vengo a fare il bidello. Se no, studio da cuoco e divento paninaro».

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Quando invece all’Istituto Regio Parco è arrivato Samba dall’Africa, tenerlo fermo era un problema: saltava, si arrampicava sui davanzali, non stava mai fermo, naturalmente non parlava italiano e non aveva voglia di studiare. Ora è un mezzo campioncino di calcio, ha imparato a rispettare le regole, suona il jambe come un professionista.

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Sono molteplici le attività che si svolgono all’Istituto Regio parco, sia per arginare il pericolo di dispersione scolastica, sia per favorire l’integrazione e l’insegnamento delle materie. Spesso sono gli ex allievi che insegnano ai più giovani della stessa nazionalità, facendo da tramite-interprete fra i due mondi culturali e linguistici. Ma ci sono anche gli universitari del Politecnico che danno gratuitamente lezioni di matematica e quelli di altre facoltà che insegnano italiano .
Si fa musica, perché da sempre è l’esperanto dei continenti, e in occasione della nostra visita due classi elementari hanno organizzato un piccolo concerto con canzoni le cui strofe passavano da una lingua all’altra mentre i bambini imbracciavano viole e violini.

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Si fanno laboratori pensando al futuro dei ragazzini, quasi ad “insegnare loro un mestiere” o almeno ad indicare un possibile percorso: di elettronica, di cucina… Si organizzano appuntamenti che coinvolgono l’intero quartiere, come la sfilata dello scorso anno con vestiti di varie nazionalità.
Sarebbe lunga la lista delle attività di questa scuola d’eccellenza umana e professionale. E forse sarebbe anche inutile perché è nelle parole dei bambini che ci ritrova il senso profondo del lavoro fatto. Marta, che è la sindaca della scuola, dice: «Non tutte le scuole sono interessate al benessere degli alunni e all’integrazione, come lo è la nostra» e aggiunge per spiegare come far capire che siamo tutti uguali: «Nessuno stabilisce cosa sia la normalità. Nessuno può definirsi migliore di un altro. La diversità è una cosa molto bella».

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Le fa eco il vicesindaco della scuola, una ragazza alta e sorridente: «Qui, in questa scuola, gli alunni sono quasi tutti nati in Italia. Io sono abituata a vedere i miei compagni e a non badare da dove vengono. Nella mia classe ci sono ragazzi di dieci nazionalità diverse provenienti da quattro continenti».

Molte le domande piovute al garante, dall’allontanamento dei bambini dalle famiglie ai servizi sanitari garantiti, dalla povertà a come aiutare i genitori in difficoltà. «Abbiamo scelto questa scuola perché è un bell’ esempio del modo di fare scuola e nello stesso tempo è un esempio per come sa integrarsi con le istituzioni, il territorio, le associazioni» ha spiegato il garante. E Concetta Mascali, direttore d’istituto, esprime un desiderio: «Avere più fondi e risorse professionali. Sembra una cosa banale, ma qui il lavoro da fare è tanto. E i ragazzi lo meritano. Purtroppo, molte famiglie italiane residenti nella zona pensano che, mandando qui i loro figli, il rendimento sia danneggiato. Che il programma non venga svolto. Non è così. In compenso, c’è chi ha voluto iscrivere il figlio qui, proprio per offrirgli l’esperienza della multiculturalità, per educarlo all’accoglienza e all’accettazione degli altri».

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