Acireale – Santa Venerina (CT) - Martedì, 10 marzo

Dove il lavoro dribla le barriere

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Oggi andiamo a Santa Venerina, in provincia di Catania, per conoscere una famiglia speciale. Perché pensiamo sia importante raccontare quello che ultimamente la cronaca tace, ovvero quanto possa essere positiva una casa famiglia. Ma prima facciamo visita all’Istituto penale minorile di Acireale dove, accanto ai programmi di trattamento individualizzati per ognuno degli ospiti, convivono progetti educativi di tipo collettivo, attività ricreative, inclusione lavorativa e progetti professionalizzanti che permettono di portare fuori dall’Istituto in permesso premio i ragazzi che ne hanno le possibilità dal punto di vista giuridico.

IL DIRITTO A RICOMINCIARE

Seguiamo il profumo di spezie e sugo che aleggia nel corridoio, fino “al fresco”, la cucina dove i ragazzi stanno finendo di preparare quella che nel pomeriggio sarà la nostra merenda, discutendo allegramente con lo chef di questioni metodologiche sulle ricette: loro sono convinti che l’uovo va spennellato sulle pizzette solo prima di metterle in forno e non sotto la salsa di pomodoro. È ora di pranzo quando arriviamo all’Istituto penale minorile di Acireale, ci stanno aspettando, la direttrice Carmela Leo e i ragazzi, insieme agli educatori, al Comandante e agli agenti, questi ultimi in borghese, perché così è più facile mantenere un rapporto umano con chi – per percorsi di vita e scelte sbagliate – è arrivato lì non ancora maggiorenne.

Ci guida uno di loro, un ragazzo come ce ne sono tanti, nelle tante città italiane, con una storia difficile alle spalle e un carattere altrettanto difficile, ma che da questa esperienza ha saputo trarre un insegnamento positivo e lo sta sfruttando per far ripartire la sua vita. Vita che vuole passare con la sua compagna e la bimba, quando uscirà, e dice agli altri ragazzi, a quelli fuori, di pensare bene a quello che fanno, perché non vale la pena fare del male a chi sta intorno e, soprattutto, a se stessi.

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Prima della cucina il passaggio per la biblioteca, creata da zero raccogliendo libri in giro e arrivando a 2mila volumi, catalogati da loro, anche grazie a un corso di biblioteconomia. Poi la palestra con gli attrezzi, dove ci si allena tre volte alla settimana sotto la guida di un insegnante. La sala teatro tutta in legno, fatta dagli stessi ragazzi e al muro i disegni dal racconto dei Malavoglia. La falegnameria e il laboratorio di ceramica. Le aule didattiche dove i ragazzi imparano la scrittura e l’astronomia. Da questo corso, ci raccontano, hanno capito come girano le costellazioni in funzione delle stagioni, ci hanno detto che sta per finire il tempo di Orione e che il prossimo 20 marzo alcuni di loro potranno uscire per vedere l’eclissi parziale di sole.

Se si esclude il cortile grigio e senza alberi, che riporta all’immaginario di un Istituto di pena, è in posti come questo che si percepisce “fisicamente” il senso della rieducazione, della riflessione sugli errori, della possibilità di ricostruire la propria vita; il senso della seconda occasione che tutti hanno il diritto di avere. E ci credono fortemente anche gli adulti che si fanno carico dei ragazzi, che gestiscono lo scandire della quotidianità e si impegnano – anche quando i mezzi scarseggiano – per aiutarli a scoprire e tirare fuori le proprie potenzialità, a gestire la rabbia e canalizzarla in senso positivo: è il lavoro della direzione, degli educatori, degli stessi agenti, un lavoro sinergico, di squadra, tra operatori specializzati nella gestione di detenuti di minore età. Sono adulti che diventano punti di riferimento, che chiedono di non essere lasciati soli, di avere il sostegno di una rete istituzionale che curi di più il momento dell’uscita, la fase più critica per il pericolo di ricadute e che rischia di vanificare tutti gli sforzi (dei ragazzi prima di tutto, ma anche della struttura) di cambiare verso.

Il contenimento, le regole, per alcuni di loro sono un’esperienza nuova e positiva, che dà l’opportunità di fermarsi e riflettere, di capire dove si vuole andare e di ripartire” ci dice la Direttrice. Soprattutto con gli istituti della messa alla prova, dell’affidamento in prova al servizio sociale magari con il collocamento presso una comunità, delle attività all’esterno, c’è chi scopre cosa significa veder crescere qualcosa coltivando delle piante nel Parco dell’Etna, oppure chi impara un mestiere in cucina o in laboratorio, chi impara l’inglese, anche grazie ai compagni stranieri, che a loro volta imparano l’italiano. Poi, quando si finisce di pagare il debito e si torna nei quartieri di provenienza, dove non c’è lavoro ma spesso permane il disagio, a volte non si viene riconosciuti e accettati, e il rischio di fare dei passi indietro è forte.

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E qui comincia la vera sfida, la nostra, come istituzioni e come società: dare continuità e sostenere il cambiamento, la possibilità di un futuro.

DOVE I DIRITTI NON SI DICONO, SI VIVONO

Ci lasciamo l’Istituto alle spalle, diretti alla casa famiglia della comunità Papa Giovanni XXIII, a Santa Venerina. L’allegria con la quale siamo accolti è travolgente: neanche il tempo di entrare dal cancello che siamo catapultati nello spazio teatro. Le luci si spengono e dal palco si accendono le voci dei ragazzi e delle ragazze. Parole all’apparenza scherzose evocano Lampedusa “Vi preghiamo di gettare via i documenti di identità… Si avvisano i signori clandestini che il barcone non è dotato di alcun sistema di sicurezza… Vi auguriamo di saper nuotare!” e poi il dramma della storia che si ripete, dalla guerra dei Balcani a oggi, tanti, troppi bambini che soffrono e la rabbia di chi non vuole più che questo accada, di chi ha deciso di usarla, la rabbia, per trasformarla in qualcosa di buono. “Il fuoco che hai dentro va usato per riscaldare e non per bruciarci tutti” dice una ragazza a un compagno dalla vita difficile, dall’esperienza del carcere. “Dov’è Pinocchio?” è il titolo dello spettacolo. Pinocchio è in mare, in carcere, è ovunque ci sia qualcuno che vuole cambiare e che per farlo ha bisogno che qualcun altro creda in lui, che veda cose che altri non vedono, che lo faccia diventare bambino. Proprio come Geppetto con quello che tutti consideravano un pezzo di legno, buono solo per fare il fuoco.

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Già lo spettacolo la dice lunga su questa famiglia speciale, composta da mamma Laura, papà Marco e 16 figli: una tribù accogliente e solidale, dove ognuno ha il suo posto e tutti si sostengono. Ci sediamo in cerchio per conoscerci, “perché il cerchio” dice Marco “su qualunque punto poggia, rimane in equilibrio”.  I più piccoli danno i voti ai più grandi per lo spettacolo, mentre Simone ci racconta la sua storia, di risalita, di rinascita, grazie alla scoperta del valore e del calore di una famiglia che “c’è”, sulla quale si può contare, dalla quale ha imparato che “farsi aiutare a portare il proprio peso, permette di rimanere in piedi”. Ed è grazie a questo sostegno che è riuscito a riprendersi la sua vita, a diplomarsi e iscriversi all’Università: mancano solo tre esami alla laurea.

Tutti vogliono raccontare e vogliono anche sapere chi è il Garante, cosa fa, per quale squadra tifa… “ma tu sei il garante o il galante dei bambini?” chiede uno dei più piccoli.

La visita prosegue nella casa, con le stanze colorate e messe in ordine per l’occasione, con le parole di Davide, che dice che per lui è la normalità avere tutti questi fratelli, o Giusy, che vuole studiare per l’ammissione alla scuola infermieristica e ci confessa che a volte è difficile, soprattutto se è una giornata “no” e si vorrebbe stare un po’ in pace, da soli, “ma poi così la tristezza passa più velocemente”. E ci accompagnano nella falegnameria “Ro’ la formichina” chiamata così in ricordo di Rosario, un bambino ricoverato al policlinico di Catania con una grave malformazione interna e con una famiglia in difficoltà, accolto nella loro casa dopo le dimissioni dall’ospedale. Oggi Ro’ non è più con loro perché la morte lo ha portato via a 14 anni, ma a lui, forte come una formichina capace di portare pesi superiori 5 volte al proprio, è dedicata la cooperativa sociale dove i ragazzi che fuori non troverebbero mai un impiego hanno la possibilità di riscattarsi attraverso il lavoro e il recupero della dignità. E poi c’è il centro aggregativo diurno “Geremia” dove gli “ex” bambini della casa che ora hanno terminato gli studi possono continuare a impegnarsi in modo creativo, restando protagonisti della propria vita, mettendo in gioco le loro tante (e non diverse) abilità, creando ri-manufatti con materiali da riciclo, come borse e libri di stoffa per bambini. E intorno alla casa famiglia c’è tutta la comunità di Santa Venerina che “non è un contenitore di problemi, ma un luogo che aiuta a crescere anche le altre famiglie, sia i bambini, sia gli adulti”, ci dice il Sindaco Salvatore Greco.

«C’è chi teorizza i diritti e chi li mette in pratica, li fa vivere, come fate voi qui, ogni giorno», sottolinea il Garante. «Compito dello Stato è creare le condizioni per farvi continuare senza troppi sacrifici. Voi mi ringraziate, ma sono io a dover ringraziare voi».

E per chiudere da dove avevamo iniziato, ci salutiamo con il sapore gustoso delle pizzette e del cous-cous cucinato dai ragazzi dell’Istituto penale minorile di Acireale, venuti apposta alla casa con un permesso premio.

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