Roma - Giovedì, 26 marzo

Dalla parte delle mamme bambine

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Visita al Centro Maree
L’associazione Differenza donna nasce nel 1989 con l’obiettivo di far emergere, conoscere, combattere, prevenire e superare la violenza di genere. Discriminazione, emarginazione e sopraffazione nei confronti delle donne sono infatti un fenomeno sociale diffuso, grave e complesso che molto spesso coinvolge anche i minorenni: bambine e bambine che assistono inermi o diventano loro stessi destinatari di violenze. Solo di recente la cosiddetta “violenza assistita”, cioè una violenza della quale un minorenne è testimone o ne subisce gli effetti, è diventata un’aggravante per alcune tipologie di reato.
Ma quali sono le conseguenze di breve e lungo termine del coinvolgimento dei minorenni in episodi di violenza? Quali sono gli interventi di cura, recupero e prevenzione a loro destinati? Cosa succede alle minorenni che vivono la loro gravidanza precoce portando il peso di abusi e violenze?
L’incontro al Centro Maree ci aiuta a raccontare delle storie che hanno un epilogo positivo e ad aprire spazi di confronto per capire quali interventi è possibile mettere in atto oggi per questi minorenni.

Mamme e figli insieme per un futuro dopo la violenza

La ragazza che ci parla è di una bellezza toccante, minuta, con una sua eleganza estetica rara. Ha 18 anni, Anna (nome di fantasia), una storia dura alle spalle con un compagno che parlava il linguaggio della violenza. Da otto mesi la ragazza è in una casa del Centro antiviolenza della provincia di Roma. Con lei c’è anche il figlio, di pochi anni. E’ guardando lui che Anna si è ritrovata: “Mi ha fatto stare bene vedere mio figlio libero, capire che stava bene insieme ad altri bambini, in spazi dedicati a loro. Sicuramente sono una persona diversa e il merito è delle operatrici, dei tanti colloqui, dell’aiuto ricevuto anche legale. C’è la solidarietà fra noi donne: parliamo, ci raccontiamo le esperienze vissute e ci confrontiamo. Anche questo ci aiuta molto”. Adesso sta cercando lavoro, punta ad essere autonoma e a far crescere al meglio suo figlio.
Già, perché quando si parla di violenza sulle donne, tema purtroppo molto frequente, spesso non si considera cosa significhi per i figli assistere a scene dure e a vivere in un clima di paura.
E’ per questo che l’ultima tappa del nostro tour (ne recupereremo più avanti una saltata per cause di forza maggiore, Conegliano) ha scelto realtà dove l’attenzione è massima sia per le donne sia per i figli. Un ‘eccellenza nel campo: il Centro Maree, uno di Solidea, sostenuto dalla Città metropolitana di Roma, gestito dall’associazione Differenza Donna: 12 stanze, sale riunioni, spazi ricreativi, operatrici 24 ore su 24, possibilità di ospitare fino a 25 persone fra madri e figli e soprattutto programmi costruiti sui singoli casi, professionalità e cuore insieme.

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Noi prevediamo spazi specifici per l’elaborazione del trauma e la ricostruzione del rapporto madre-figli. Spesso la donna è stata ridicolizzata e umiliata agli occhi dei suoi figli e dunque occorre ricominciare da tutti e due. E funziona” spiega Maria Grazia Passuello, presidente di Solidea ed entra nel merito del sistema dicendo: “I finanziamenti sono biennali, il che significa che quando finiscono le strutture chiudono e quelli sono soldi sprecati. E progetti di nuova vita infranti. Invece si deve dare continuità. Ci vuole un piano nazionale antiviolenza efficace, una razionalizzazione delle risorse. Bisogna fare rete fra istituzioni, e fra quelle e il privato sociale” (vedi l’intervista). Tema questo più volta denunciato dal garante: l’assenza di una cabina di regia, di una politica delle risorse: “Ci deve essere un sistema pubblico funzionante perché non si possono sprecare soldi pubblici e soprattutto non si può, con politiche a metà, non garantire diritti ai bambini e ai ragazzi”. Antonella Massimi, della Provincia di Roma aggiunge: “Abbiamo una copertura finanziaria fino ai primi mesi del 2016. Purtroppo, c’è una sottovalutazione di cosa significhi per i bambini essere testimoni di violenza” (vedi l’intervista).

Lo si capisce molto bene dal racconto di Fatima (altro nome di fantasia), tre figli, due maschi e una femmina: “Sono stata sposata per 17 anni, il mio matrimonio è stato un inferno: violenze psicologiche e fisiche, botte, insulti, umiliazioni tutti i giorni. Sia io sia i miei figli funzionavamo come dei robot: io subivo quello che il mio ex marito mi comandava, a mia volta comandavo miei figli. Per fortuna esistono questi posti. Un giorno sono riuscita a prenderli tutti e tre e a portarli via. Qui mi sono resa conto di quanti danni hanno subito miei figli, li guardavo correre, urlare, ridere e mi sembrava un miracolo. Questa loro libertà mi ha confortato. Qua ho conquistato sicurezza e ho capito che ero una donna, una madre. Quando ero a casa, mi domandavano chi ero e non sapevo rispondere. Potevo dire nome e cognome, ma ero una buona madre? Una donna? Mi davo tante colpe, perché ero incapace di portare via i miei figli da quell’inferno”. Oggi i tre figli, 9, 15,e 17 anni stanno costruendosi il loro futuro, studiando e facendo sport: due di loro fanno karate, il più grande è un campione nazionale della sua categoria; la ragazza sta seguendo la scuola alberghiera col sogno di diventare cuoca. Il padre non ha mai contribuito al mantenimento, né mostrato alcun interesse per i figli (vedi l’intervista).

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Altro problema, spesso sottovalutato, quello della mancata assunzione di responsabilità, anche economica, da parte dei padri. Sottolinea Elisa Ercoli, presidente di Differenza Donna: “Non si fa abbastanza per obbligare i padri a versare quanto stabilito dal tribunale. Il momento più difficile per mamme e figli è quando finiscono i sette-otto mesi nei centri antiviolenza. E c’è il fuori” (vedi l’intervista). E il garante aggiunge: “Per noi sono preziosi questi incontri perché ci aiutano a fare meglio il nostro lavoro e a definire azioni da proporre al Parlamento e al Governo”.
Politiche a più ampio respiro, continuità, maggiore attenzione ai figli, spettatori tristi delle violenze inflitte alla madre. E’ questo il senso di questa visita toccante. O forse il senso più profondo è nelle parole di Fatima: “Ho avuto paura che i due maschi potessero diventare aggressivi come il padre. Non posso cancellare dalla loro mente le ferite che hanno, però loro tre devono avere un futuro. Devono”. E Fatima, come tante altre donne ospitate nei centri antiviolenza, sta cercando di darglielo. Con la sua forza, ma anche con il supporto degli altri, istituzioni, associazioni e vittime di violenza come lei: “Mi hanno aiutato nell’anno in cui sono stata ospite del centro, ma anche dopo, per cercare casa, lavoro… Loro sono la mia famiglia. E mi hanno reso la persona e la mamma che ora so di essere”.

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Video della tappa