Milano - Sabato, 21 febbraio

Un'idea colorata tra le mura grigie

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L’esperienza di un bambino che ha un genitore in carcere può essere traumatica, ma ci sono situazioni che cercano di limitare gli aspetti negativi e creano le condizioni migliori perché si mantenga un ottimo rapporto tra minorenne e genitore che sta scontando la pena. Per questo siamo andati nella Casa di reclusione di Milano Opera e nell’Istituto a custodia attenuata per detenute madri con prole (ICAM).

Dietro le sbarre, gli affetti

C’erano i coriandoli per terra, i bambini vestiti da pirata, fatina, ape, principessa… perché sabato (21 febbraio) a Milano era ancora Carnevale, il Carnevale ambrosiano.

E i bambini restano bambini anche quando entrano in un edificio che ha le sbarre alle finestre, anche quando devono passare dal controllo del metal detector, anche quando hanno un genitore che deve scontare una pena.
La nostra visita alla Casa di reclusione di Milano Opera è stato l’ennesimo monito per ricordarsi che i bambini sono bambini, qualunque sia la loro situazione famigliare, e che quindi vanno rispettati nei loro bisogni primari e che hanno gli stessi diritti dei più fortunati.
Ad Opera stanno lavorando in questa direzione, complice anche l’associazione Bambinisenzasbarre e la sensibilità del direttore, Giacinto Siciliano.

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È stato infatti realizzato uno Spazio giallo per l’accoglienza dei minorenni che entrano in istituto per i colloqui con i genitori.
Ad Opera ci sono oltre 1200 detenuti, tutti uomini, il sessanta per cento circa ha uno o più figli. Ogni giorno entrano in visita 140 nuclei famigliari (di media), 200 il sabato. Entrano pur sempre in una Casa di reclusione dove le pene residue sono di almeno sei anni, perché Opera è una struttura di media e alta sicurezza.
E allora come fare in modo che i bambini riescano ad avere momenti di affettività col padre? Come attenuare la già pesante situazione per il figlio? Come convertire il nero in bianco o in grigio? Le «buone pratiche» per l’appunto, quelle che noi stiamo evidenziando con il nostro tour, per diffonderle. Ad Opera ci sono otto sale, di cui due ludoteche. Per la loro realizzazione sono intervenuti anche dei fondi privati. «Non è uno spazio, è un progetto. Non è il luogo fisico, è un punto di relazione» spiega Lia Sacerdote, presidente di Bambinisenzasbarre.
Uno spazio di socializzazione, con personale altamente specializzato, la cui preparazione è anche sostenuta da Bambinisenzasbarre. C’è anche un miniappartamento, con tanto di angolo cucina tv, divano dove la famiglia riunita può trascorrere una giornata “normale”.

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«Viene utilizzato in occasione magari del compleanno o di alcune festività» spiega il direttore. E una mamma, che ha vissuto con marito e figlia, la giornata di “normalità” racconta: «Ha preparato la pastasciutta con papà, era così buona! E da allora, tenta di rifarla, e anch’io. Ma non riesce mai così bene. Quando siamo uscite camminavamo due metri da terra, felici. La bambina di quattro ani e mezzo ha avuto problemi grossissimi e tu come genitore fai il massimo, ma poi come fai a rispondere a certe domande? Questa vicinanza col papà l’ha aiutata tantissimo. Mia figlia mi continua a dire: “Io voglio disegnare con papà, non fare il colloquio”. Ma non sempre è possibile».

Da agosto infatti è partita una nuova iniziativa, specialissima: due ore col solo papà (le mamme aspettano fuori) a disegnare. E quel tempo strappato alla lontananza è curativo sia per il genitore sia per i figli. «Il colloquio è un momento molto duro per i bambini, invece mentre disegniamo parliamo, scherziamo, stiamo veramente insieme» racconta un papà. E il figlio: «È bellissimo, molto molto di più che il colloquio tradizionale».
Una nuova formula per affrontare il problema spinoso dei bambini figli di detenuti.

Formula, che agli occhi del garante è da implementare, diffondere, far conoscere: «Non entro nella materia penale, io devo e voglio occuparmi dei bambini. Quello che ho visto oggi parlando con voi, genitori e figli, ha qualcosa di potente, utile per entrambi. Faremo in modo di renderlo una buona pratica sempre più frequente qui e anche altrove».
Per il direttore, il discorso investe un ambito più ampio, il «carcere-cultura» come lo definisce, il senso cioè che una società civile dà alle pene detentive. Spiega: «Non può che riempirci di orgoglio sapere che è un progetto da esportare, però questo è una parte di ciò che stiamo facendo, sempre nella stessa direzione. È una rivoluzione culturale perché hai costruito un sistema, un modo di lavorare con tutti i detenuti che fa diventare bella una cosa che fino ad otto anni fa era impensabile. Bisogna prefiggersi obiettivi e costruire un humus culturale. Bisogna scommettere sulla fiducia».

Esattamente la stessa filosofia che informa l’ICAM, secondo momento della giornata, l’istituto a custodia attenuata per detenute madri con prole. Anche qui spazi accoglienti, una grande cucina, stanze colorate con lettini e carrozzine, una sala giochi per i bambini. Una casa “normale” nel segno della comunità, con personale altamente specializzato e un’organizzazione nel segno della responsabilità. Racconta una delle mamme ospitate: «Abbiamo i nostri turni, per cucinare, per pulire, per i laboratori di sartoria, di disegno…». I bambini ospitati fino a pochi mesi fa erano di tre anni massimo, ora la nuova normativa consentirà di avere minorenni fino ai 10 anni di età. Spiega la coordinatrice dell’area socio-pedagogica Marianna Grimaldi: «Questa struttura è nata nel 2007 ed è cresciuta nel tempo. Adesso dobbiamo ripensarla alla luce delle nuove decisioni. È frutto di una collaborazione fra istituzione e privato. Da quasi 20 anni è presente Telefono Azzurro», e prosegue orgogliosa: «Uno dei nostri grandi successi è stato mandare i bambini negli asili di zona. A piccoli passi, abbiamo sempre più lavorato con l’esterno».
Il 20 aprile in uno spazio della Galleria Vittorio Emanuele ci sarà la loro mostra di quadri: dipinti delle mamme in cui tutta la sofferenza e la voglia di uscirne è raccontata. E all’Expo, l’ICAM avrà una settimana dedicata nel Padiglione Italia: «Abbiamo vinto il concorso, perché la nostra cucina è anche lei cresciuta nel tempo: abbiamo avuto anche dei corsi, con i ragazzi dell’istituto alberghiero», spiega ancora la direttrice.
«Anche questa è una realtà da ripetere il più possibile. È stata la prima, seguita da altre. Troppo poche. Un bambino, magari un neonato, non può e non deve crescere in carcere», ha detto il garante, «questa è una casa, con anche un nonno (uno dei volontari) e molte persone preparate, in grado di sostenere la mamma come i bambini. Un esempio».

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